I numerosi riferimenti all'Antichità classica, che ritroviamo nella letteratura di tutto il Medioevo, testimoniano da un lato di un continuo interesse e dall'altro, con il loro carattere a volte sorprendente, della conoscenza approssimativa di cui essa era l'oggetto. Il mito della potenza di Roma e dell'universalità del suo impero appare come una costante nella cultura del mondo occidentale e i sovrani dell'Europa medievale a esso ambirono ricollegarsi; il barbaro Teodorico e gli imperatori tedeschi, in particolare i tre Ottoni, Enrico VII e Federico II, avevano vagheggiato la restaurazione dell'Impero Romano e sperato di fondare la propria autorità e il proprio prestigio sulla sua rinnovata unità. E prima di loro lo stesso Carlomagno, animato da sincero entusiasmo, aveva inteso promuovere una vera e propria rinascenza delle lettere, del pensiero e dell'arte classici. In Italia i movimenti di resistenza contro gli abusi del papato e del clero e il dispotismo imperiale, che sfoceranno nell'istituzione delle libertà comunali, facendo appello alla mitica fama della Roma repubblicana e riesumandone gli ordinamenti e le magistrature, si colorano a volte dì precisi riferimenti all'antico; così, i membri della famiglia dei Crescenzi governarono Roma a più riprese nel corso dell'XI secolo con il titolo di «patrizio romano » e i «consoli» dei diversi comuni italiani restaurano, almeno nel nome, l'antica carica. Ai Crescenzi la tradizione attribuisce inoltre una casa costruita con pezzi di ricupero provenienti dal Foro Boario, rappresentativa dell'imitazione dell'antichità classica nei secoli del Medioevo. E sono numerosi gli episodi della storia occidentale in cui il riferimento alla romanità si fa pressante e preciso, da Arnaldo da Brescia, che, nel XII secolo, proclama la necessità di ricostruire il Campidoglio, a Cola di Rienzo, che, nel secolo successivo, restaura e riveste in Roma la carica tribunizia. Anche i continui riferimenti alla letteratura classica, greca e latina, rientrano in questo interessantissimo panorama e vengono a confermare come l'idea che il Medioevo ebbe dell'antichità fosse in realtà leggendaria e prescindesse da ogni precisa valutazione storica; Omero ad esempio veniva letto in una raccolta intitolata Homerus Latinus, compendio dell'Iliade risalente all'età imperiale, o nelle libere versioni ispirate ai poemi omerici, come i romanzi cavallereschi del ciclo troiano. Anche i poemi di Virgilio e di altri autori classici erano ben noti e venivano copiati e ricopiati infinite volte al solo fine di imparare le regole della versificazione; ma il Virgilio autore e personaggio storico era considerato, dalla tradizione medievale, un mago e un profeta. Analoga sorte ebbero alcuni protagonisti della storia antica come l'imperatore Traiano, che la leggenda medievale presenta come un principe cristiano ante litteram. Lo stesso Aristotele, la cui dottrina costituiva in fondo la matrice della filosofia scolastica, era conosciuto, almeno fino al Quattrocento, soltanto attraverso i suoi commentatori arabi e il testo integrale dei Dialoghi di Platone verrà riscoperto soltanto nel XV secolo. Ma se sarà l'Umanesimo quattrocentesco a restituire all'antichità un volto reale e storico sulla base dei testi originali, tuttavia fin dal XIV secolo in Italia l'atteggiamento culturale e l'interesse filologico di Petrarca contribuiscono a modificare il concetto medievale dell'Antichità; archeologo, storico e poeta, fu un grande studioso di Virgilio e la tradizione vuole che egli sia stato trovato morto dopo aver vegliato una notte intera su un manoscritto dell'Eneide. Entro quest'ambito di cultura preumanistica si colloca anche il Boccaccio, che può essere considerato uno dei primi grecisti italiani: i due grandi della letteratura trecentesca rappresentano, per quanto riguarda un'obiettiva valutazione della cultura antica, una fase nettamente più avanzata rispetto allo stesso Dante, nel quale è ancor viva la leggendaria e metastorica concezione medievale.
Per quanto concerne la considerazione delle arti figurative dell'Antichità, nel Medioevo la confusione fu grandissima; la Chiesa, che presentiva il pericolo insito nei marmi meravigliosi e profani che sopravvivevano al paganesimo, giunse a volte a sacrificarne alcuni, considerandoli veicolo di potenze diaboliche, per scongiurare malefici o la peste; i marmi lavorati venivano inoltre, senza alcun rimpianto, riutilizzati per l'esecuzione di nuove opere, come nel caso dei rilievi della facciata del duomo di Orvieto, scolpiti sul retro di rilievi antichi, nascosti nella parete che attualmente li ingloba. Ma d'altro canto numerose iconografie classiche trapassarono nel repertorio medievale, dove spesso, ad esempio, i simboli dei Pianeti o dei Segni Zodiacali si ispirano alle immagini delle antiche divinità pagane.
Al di là di questi episodi che rientrano in quell'assenza di valutazione critica dell'Antichità classica che fu propria del Medioevo, fondamentali restano i riferimenti a essa rivissuti nell'arte medievale con una continuità che, per filoni profondi e spesso poco appariscenti, ricollega le fonti al classicismo rinascimentale. Se l'arte classica ci è apparsa motivo di ispirazione per alcuni episodi della scultura, della pittura e dell'architettura romaniche e gotiche e se, soprattutto in Italia, essa appare come un fermento vitale in ogni epoca, fu a cominciare dal XIII secolo e nel corso del XIV che quest'interesse si precisò in alcune manifestazioni di particolare rilievo che naturalmente, nel complesso panorama artistico italiano, convivono con episodi di tutt'altra natura.
La corrente artistica che più direttamente si può ricollegare all'arte classica fiorì nell'Italia meridionale nella prima metà del XIII secolo, sotto l'imperatore Federico II. Abbiamo già visto come l'imperatore amasse circondarsi d'artisti, giuristi, scrittori, piuttosto che di membri del clero. Se per le sue residenze e fortezze di Castel del Monte, Lucera, Trani, Bari e Bitonto fu giocoforza adottare i sistemi strutturali dello stile gotico francese, a quel tempo dominante nel campo dell'architettura militare, per quanto riguarda la decorazione di questi monumenti dell'Italia meridionale, terra classica per eccellenza, Federico II incoraggiò forme d'arte caratterizzate da un ben preciso intento di restaurazione dell'Antichità. La volontà di emulazione dell'arte antica, già evidente in certi rilievi dei pulpiti dell'Italia meridionale anteriori all'arte federiciana, raggiunge il vertice nell'arco di trionfo che Federico II aveva fatto costruire nella città di Capua, grandioso tentativo di ricupero dello stile classico. Esso era situato all'inizio della via romana che attraverso la Puglia e la Basilicata conduceva a Brindisi. Si apriva dunque verso una regione prediletta dall'imperatore e insieme segnava una località strategica e di grande significato politico, alla testa del ponte sul fiume Volturno. Il monumento è stato distrutto ma i frammenti di alcune statue che lo decoravano (Capua, Museo Campano) bastano a darci un'idea esatta dello stile degli artisti della cerchia di Federico II. Malgrado le mutilazioni subite, la statua acefala del sovrano assiso ci permette di rintracciarne la matrice stilistica nei marmi antichi di cui imita il drappeggio in modo eccellente, non altrimenti dalle antefisse figurate e dal busto che imper-sonifìcava la città di Capua. La testa del ministro Pier delle Vigne è incoronata d'alloro e nel trattamento della barba e dei capelli si possono osservare boccoli e sinuosità, che arieggiano la tecnica usata dagli antichi fonditori. |